Non versi i contributi? Il dipendente può dimettersi e avere la NASpI — come se l’avessi licenziato tu

Molti datori di lavoro che attraversano una difficoltà di liquidità scelgono di pagare gli stipendi e rimandare i contributi INPS. “Tanto il lavoratore non se ne accorge subito” — ragionamento sbagliato. E dal 2026, grazie alla Cassazione 5445/2026, c’è una conseguenza in più che quasi nessun datore conosce: il dipendente può dimettersi per giusta causa e avere la NASpI. Esattamente come se tu lo avessi licenziato.


Il caso: sedici mesi senza contributi, poi le dimissioni con NASpI

Il dipendente viene assunto a marzo 2018. Percepisce regolarmente lo stipendio — ogni mese, puntuale. Ma i contributi previdenziali non vengono mai versati all’INPS. Per sedici mesi consecutivi.

A luglio 2019 il lavoratore si dimette per giusta causa. Fa domanda di NASpI all’INPS. L’INPS rifiuta: “le dimissioni volontarie non danno diritto alla NASpI”. Il caso arriva in giudizio.

La Corte d’Appello di Napoli dà ragione al lavoratore. L’INPS ricorre in Cassazione, sostenendo che l’omissione contributiva non può essere giusta causa perché l’obbligo contributivo intercorre tra datore di lavoro e INPS — non tra datore e lavoratore. Quindi il lavoratore non subisce un danno diretto. Quindi non c’è giusta causa.

La Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso dell’Istituto, fornendo importanti chiarimenti su entrambi i punti dedotti dallo stesso.


Il principio della Cassazione: i contributi non riguardano solo l’INPS

L’argomento dell’INPS — “il debito contributivo è solo tra datore e INPS, il lavoratore non è parte” — aveva una sua logica formale. La Cassazione l’ha smontato sul piano sostanziale.

Il mancato versamento dei contributi previdenziali da parte del datore di lavoro costituisce un inadempimento grave degli obblighi contrattuali del datore, non riducibile a un adempimento verso il solo ente previdenziale. Una condotta di questo tipo viola i principi di correttezza e buona fede che devono governare l’esecuzione del contratto di lavoro e incide direttamente sul rapporto fiduciario tra le parti.

In parole operative: il contratto di lavoro non è solo “stipendio in cambio di ore”. Include il rispetto di tutti gli obblighi che il rapporto comporta — incluso il versamento dei contributi che costruiranno la pensione del lavoratore. Non versarli per mesi è un tradimento del rapporto fiduciario, indipendentemente dal fatto che il lavoratore incassi regolarmente lo stipendio.

L’argomento delle tutele previdenziali automatiche non regge: L’INPS aveva anche sostenuto che il lavoratore è comunque tutelato dall’automaticità delle prestazioni previdenziali e dalla possibilità di costituire una rendita vitalizia. La Suprema Corte ha spiegato che questi rimedi non cancellano la gravità del comportamento aziendale sul piano del contratto di lavoro. Il fatto che esistano protezioni previdenziali non elimina la scorrettezza del datore.


Quando l’omissione è abbastanza grave da giustificare le dimissioni

La Cassazione non dice che qualsiasi ritardo contributivo legittima le dimissioni. Fissa criteri precisi:

Condizioni necessarie per la giusta causa:

1. Reiterazione: non un ritardo isolato ma un’omissione ripetuta nel tempo. Il mancato versamento dei contributi assume una particolare gravità qualora sia reiterato, non isolato e non sia accidentale o di breve durata.

2. Continuità: l’omissione deve essere in corso al momento delle dimissioni. Se il datore ha recuperato i contributi arretrati prima che il lavoratore si dimetta, il presupposto della giusta causa è venuto meno.

3. Non immediatezza non è richiesta: l’INPS aveva contestato che fossero passati troppi mesi tra l’inizio dell’omissione e le dimissioni. La Cassazione ha respinto questo argomento: non è richiesta la dimostrazione di un danno pensionistico immediato, né vi è un limite temporale rigido per l’immediatezza del recesso, purché l’omissione sia perdurante al momento delle dimissioni.

In pratica: anche un lavoratore che “aspetta e vede” per mesi, sperando che il datore si regolarizzi, può poi dimettersi per giusta causa se l’omissione continua — senza perdere il diritto alla NASpI.


Il costo totale per il datore: un calcolo che nessuno fa

Quando un datore omette i contributi per risparmiare liquidità, il calcolo di convenienza è sbagliato. Ecco il conto reale per un dipendente con RAL 24.000 euro e 12 mesi di contributi omessi:

Contributi INPS non versati: Contributi datoriali (28%): 24.000 × 28% = 6.720 euro Contributi lavoratore (9,19%): 24.000 × 9,19% = 2.206 euro Totale contributi omessi: 8.926 euro

Sanzioni e interessi INPS: Sanzione civile: dal 30% al 60% dei contributi omessi → circa 2.678-5.356 euro Interessi legali maturati → variabile

Ticket NASpI (se il lavoratore si dimette per giusta causa): 1.948 euro × anni di anzianità (massimo 3 anni) → fino a 5.844 euro

Totale costo potenziale: da 18.448 euro a 22.000+ euro

Per non pagare 8.926 euro di contributi, il datore rischia di pagarne più del doppio.


Cosa fare se sei già in questa situazione

Scenario 1 — Hai ritardi ma il lavoratore non si è ancora dimesso: Regolarizza immediatamente. Usa la rateizzazione INPS (fino a 24 rate) se non puoi pagare tutto subito. Regolarizzarsi prima delle dimissioni fa venire meno il presupposto della giusta causa — il lavoratore non può più sostenere che l’omissione è “in corso”.

Scenario 2 — Il lavoratore si è già dimesso: Verifica se ha presentato domanda NASpI. Se sì, l’INPS probabilmente la accoglierà sulla base della Cassazione 5445/2026 — e poi ti invierà il provvedimento di recupero del ticket. La strada per contestare è difficile ma non impossibile: se l’omissione era di breve durata o già in corso di regolarizzazione prima delle dimissioni, puoi opporti.

Scenario 3 — Stai pianificando un ritardo “temporaneo”: Non farlo. Il rischio supera di gran lunga il beneficio. Usa invece la rateizzazione INPS, la CIG, o il credito bancario — strumenti molto meno costosi di una giusta causa con NASpI.


Il segnale preventivo da mandare al lavoratore: trasparenza

Molti datori omettono i contributi sperando che il lavoratore non lo scopra. Ma il lavoratore può verificare in qualsiasi momento la propria posizione contributiva su MyINPS con SPID. Le omissioni sono visibili.

Se stai attraversando una difficoltà e hai ritardi contributivi, comunicarlo al lavoratore — spiegando che hai avviato la rateizzazione e stai recuperando — è molto meglio del silenzio. La comunicazione trasparente difficilmente porta a dimissioni per giusta causa. Il silenzio e la scoperta da soli, spesso sì.


Domande frequenti

Ho saltato 2 mesi di contributi ma poi ho recuperato. Il lavoratore può comunque dimettersi per giusta causa? No — la Cassazione richiede che l’omissione sia “perdurante al momento del recesso”. Se hai recuperato i contributi arretrati prima delle dimissioni, la giusta causa non sussiste.

Il lavoratore si è dimesso citando i contributi omessi, ma l’omissione era di soli 3 mesi. È davvero giusta causa? Non necessariamente — la Cassazione parla di omissione “reiterata, non isolata e non accidentale”. Tre mesi potrebbero o meno essere sufficienti a seconda del contesto. Valuta con un avvocato giuslavorista se contestare la giusta causa.


Fonti: Cass. ord. n. 5445 dell’11 marzo 2026, art. 2119 c.c. (giusta causa), art. 3, comma 2, D.Lgs. 22/2015 (NASpI per giusta causa). Ultimo aggiornamento: maggio 2026.

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