TFR in azienda o al fondo pensione: cosa cambia per il datore di lavoro (e perché molti ci perdono senza saperlo)

Il TFR è uno degli argomenti che più crea confusione tra i datori di lavoro — soprattutto nelle PMI. Ogni nuovo assunto deve scegliere cosa farne. E la scelta del dipendente cambia i costi e gli obblighi dell’azienda in modo significativo. Questa guida spiega tutto dal punto di vista del datore.


Cos’è il TFR e come si accumula

Il Trattamento di Fine Rapporto è una retribuzione differita — ogni mese matura una quota pari a circa 1/13,5 della retribuzione annua lorda (comprensiva di tutti gli elementi fissi e ricorrenti).

Ogni anno, la quota accantonata viene rivalutata al tasso fisso dell’1,5% più il 75% dell’aumento dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo. Nel 2026, il tasso di rivalutazione è stato del 2,2% (dati ISTAT 2025).

Il TFR viene pagato al dipendente alla fine del rapporto di lavoro — per qualsiasi motivo: licenziamento, dimissioni, pensionamento, morte.


La scelta del dipendente: le 3 opzioni

Entro 6 mesi dall’assunzione (o entro il 30 giugno per i dipendenti già in forza), ogni dipendente deve scegliere dove destinare il TFR futuro:

Opzione A — Al fondo pensione complementare Il TFR viene versato ogni mese al fondo pensione scelto dal dipendente (o al FONDINPS se non sceglie). Il datore versa direttamente al fondo.

Opzione B — In azienda (per aziende sotto 50 dipendenti) Il TFR resta fisicamente in azienda. L’azienda lo gestisce e lo paga alla fine del rapporto.

Opzione C — Al Fondo di Tesoreria INPS (per aziende sopra 49 dipendenti) Per le aziende con almeno 50 dipendenti, il TFR “in azienda” viene in realtà versato al Fondo di Tesoreria INPS. Non resta fisicamente in azienda — va all’INPS che lo restituisce alla fine del rapporto.

Se il dipendente non sceglie entro 6 mesi: il TFR viene automaticamente destinato al FONDINPS (il fondo pensione di default dell’INPS). In questo caso si applica lo stesso trattamento dell’opzione A.


Cosa cambia per il datore: il contributo al Fondo di Tesoreria

Questa è la parte che molti datori non capiscono bene.

Per le aziende SOTTO i 50 dipendenti:

  • Se il TFR resta in azienda: il datore non versa nulla all’esterno — il TFR rimane come liquidità aziendale (un debito verso il dipendente che verrà pagato alla fine del rapporto)
  • Se il TFR va al fondo pensione: il datore versa mensilmente al fondo la quota di TFR maturata

Per le aziende CON 50 O PIÙ DIPENDENTI:

Indipendentemente dalla scelta del dipendente:

  • Se il TFR va al fondo pensione: il datore versa al fondo
  • Se il TFR “resta in azienda”: il datore versa comunque al Fondo di Tesoreria INPS la stessa quota

In entrambi i casi sopra i 49 dipendenti, il TFR non rimane fisicamente in azienda.


Il costo aggiuntivo per le aziende sopra 49 dipendenti

Quando il TFR viene destinato al fondo pensione o al Fondo di Tesoreria, le aziende con più di 49 dipendenti devono versare mensilmente un contributo aggiuntivo al fondo pensione di riferimento del settore. Questo contributo è tipicamente dello 0,20% della retribuzione imponibile.

Non è un obbligo per le aziende sotto i 50 dipendenti che mantengono il TFR in azienda.


Perché il TFR in azienda conviene alle PMI (e quando non conviene)

Il vantaggio del TFR in azienda (sotto 50 dipendenti):

Finché il dipendente è in servizio, il TFR accantonato è liquidità gratuita a disposizione dell’azienda — un finanziamento senza interessi che può usare per qualsiasi esigenza operativa. Non è un costo cash immediato — diventa un’uscita solo alla fine del rapporto.

Il meccanismo: Ogni mese accantoni (contabilmente) la quota TFR. Non la paghi subito — la paghi quando il dipendente se ne va. Nel frattempo, quella liquidità è dentro l’azienda.

Il rischio: Se molti dipendenti se ne vanno nello stesso periodo, devi pagare il TFR accumulato tutto insieme. Per le PMI con pochi dipendenti e rapporti di lunga durata, questo può creare tensione di cassa.

Quando conviene destinare il TFR al fondo pensione invece:

  • Quando hai dipendenti con alta anzianità (TFR accumulato molto elevato che potresti dover pagare presto)
  • Quando l’azienda ha già problemi di liquidità
  • Come benefit: un contributo volontario al fondo pensione del dipendente (aggiuntivo alla quota TFR) è welfare aziendale molto apprezzato

La rivalutazione: un costo reale per l’azienda

Ogni anno il TFR mantenuto in azienda deve essere rivalutato. Nel 2026 la rivalutazione è del 2,2%. Su un TFR accantonato di 50.000 euro, la rivalutazione annua è 1.100 euro — un costo che molti datori dimenticano di considerare quando valutano l’effettiva convenienza del TFR in azienda.

Questa rivalutazione è deducibile ai fini IRES/IRPEF.


Come gestire la scelta del dipendente: la procedura

Al momento dell’assunzione: Il datore deve consegnare al dipendente il modulo TFR2 (disponibile sul sito del Ministero del Lavoro) entro 30 giorni dall’assunzione. Il modulo spiega le opzioni disponibili.

Il dipendente ha 6 mesi per scegliere. Se non sceglie entro questo termine, il TFR viene automaticamente destinato al FONDINPS.

Documentazione da conservare:

  • Copia del modulo TFR2 consegnato
  • Eventuale scelta del dipendente firmata
  • Comunicazione all’ente previdenziale (fondo pensione o INPS) della destinazione scelta

Cosa succede quando il dipendente se ne va

Al termine del rapporto, il datore deve liquidare il TFR entro un tempo ragionevole (di solito entro il giorno successivo alla cessazione, o comunque nei termini previsti dal CCNL).

Se il TFR era in azienda: il datore lo paga direttamente al dipendente.

Se il TFR era al fondo pensione: il fondo lo liquida direttamente al dipendente (come rendita o in parte come capitale, secondo le regole del fondo).

Se il TFR era al Fondo di Tesoreria INPS (aziende sopra 49 dipendenti): l’INPS lo liquida direttamente al dipendente, su richiesta del datore.


La tassazione del TFR: cosa cambia per il dipendente (che il datore deve comunicare)

Il TFR è tassato con tassazione separata — non con l’IRPEF ordinaria. L’aliquota è quella media degli ultimi 5 anni di reddito del dipendente, calcolata dall’Agenzia delle Entrate dopo la dichiarazione.

Il datore applica in prima battuta un’aliquota provvisoria del 23% — poi l’AdE conguaglia (può essere maggiore o minore a seconda della situazione fiscale del dipendente).


Domande frequenti

Ho 15 dipendenti. Se un dipendente sceglie di mandare il TFR al fondo pensione, devo versare qualcosa in più io come datore? Solo la quota TFR mensile al fondo (la stessa che altrimenti avresti accantonato internamente). Non c’è un contributo aggiuntivo obbligatorio per le aziende sotto 50 dipendenti — salvo che il tuo CCNL preveda un contributo datoriale al fondo di categoria.

Ho 60 dipendenti. Il TFR di un nuovo assunto “resta in azienda” se lui non sceglie nulla? No — per le aziende sopra 49 dipendenti, se il dipendente non sceglie entro 6 mesi, il TFR va automaticamente al FONDINPS. Non resta in azienda in nessun caso per le aziende sopra questa soglia.

Posso “consigliare” al dipendente di scegliere il TFR in azienda? Non dovresti farlo — il datore ha un conflitto di interesse evidente (preferisce che il TFR resti in azienda perché è liquidità gratuita). Il dipendente deve fare una scelta libera e informata. Consigliare direttamente la destinazione potrebbe configurare una pressione impropria.


Fonti: D.Lgs. 252/2005 (fondi pensione), Legge 296/2006 (Fondo di Tesoreria INPS), art. 2120 c.c., Legge di Bilancio 2026 (rivalutazione TFR), INPS. Ultimo aggiornamento: maggio 2026.

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