Comporto scaduto e dipendente che torna: se aspetti anche solo qualche giorno, hai perso il diritto di licenziare
Il comporto scade il venerdì. Il lunedì il dipendente si presenta in azienda e riprende a lavorare. Il datore pensa: “sistema il rientro, poi vedo come gestire il licenziamento”. Giovedì invia la lettera.
Troppo tardi. La Cassazione ha chiarito con due ordinanze dello stesso giorno — la 7969 e la 7975 del 31 marzo 2026 — che la “prolungata inerzia datoriale” dopo il rientro del lavoratore integra una rinuncia tacita al diritto di recesso. Il licenziamento intimato dopo questa inerzia è illegittimo.
Le due ordinanze del 31 marzo 2026: un principio ribadito due volte lo stesso giorno
La coincidenza delle due ordinanze nella stessa data non è casuale — la Cassazione ha voluto consolidare un orientamento già presente in giurisprudenza ma spesso ignorato nella pratica aziendale.
Ordinanza 7969/2026: la Corte afferma che la prolungata inerzia datoriale successiva al rientro in servizio del lavoratore che abbia superato il periodo di comporto integra una tacita rinuncia all’esercizio del potere di recesso.
Ordinanza 7975/2026: stessa regola — e la Corte aggiunge che il meccanismo opera anche in assenza di colpa del datore. Non è necessario che il datore abbia scelto scientemente di rinunciare: basta che il tempo sia passato senza che il licenziamento sia stato intimato.
La logica della rinuncia tacita: perché funziona così
Il comporto è un diritto del datore, non un obbligo. Quando scade, il datore ha la facoltà di recedere — non l’obbligo. Questa facoltà può essere esercitata o non esercitata.
Se il datore, anziché esercitarla, permette al lavoratore di rientrare e di riprendere a lavorare, il suo comportamento è coerente con una scelta di non avvalersi del diritto di recesso. Il lavoratore — e il Tribunale — interpretano ragionevolmente questo comportamento come una rinuncia. Da quel momento, il comporto è “perdonato” e il rapporto riprende come se il periodo di assenza non avesse mai superato il limite.
Quante ore ha il datore per agire: la risposta pratica
La Cassazione non fissa un termine preciso — parla di “prolungata inerzia”. Questo crea una zona grigia che nella pratica è gestita così:
Sicuramente troppo tardi:
- Far lavorare il dipendente per una settimana intera
- Attendere la busta paga del mese successivo al rientro
- Aspettare “di decidere” dopo le ferie del consulente
Zone di rischio:
- Far lavorare il dipendente anche solo per 2-3 giorni
- Emettere la lettera di licenziamento dopo il weekend
- Ritardare per “raccogliere la documentazione”
La regola operativa consigliata: Il licenziamento per comporto superato deve essere intimato prima che il dipendente riprenda servizio oppure nel momento stesso in cui si presenta in azienda, senza lasciarlo svolgere nemmeno un’ora di attività lavorativa.
Se il comporto scade mentre il lavoratore è ancora assente: invia la lettera raccomandata prima che rientri.
Se il comporto scade e il lavoratore si presenta il giorno successivo: la lettera deve essere pronta e consegnata all’arrivo, prima di qualsiasi ripresa dell’attività.
La procedura corretta: cosa fare prima che il comporto scada
Settimana prima della scadenza: Verifica la data esatta di scadenza del comporto (considera le esclusioni: permessi 104, infortuni, maternità). Prepara la lettera di licenziamento. Coordina con il consulente del lavoro per il calcolo del saldo finale e del ticket NASpI.
Il giorno della scadenza: Se il dipendente è ancora assente e la comunicazione è tramite raccomandata, spedisci il giorno stesso della scadenza — non aspettare che “torni”. La lettera deve essere inviata prima che il lavoratore abbia la possibilità di rientrare.
Se il dipendente si presenta prima della lettera: Non lasciarlo accedere ai locali aziendali. Consegna la lettera all’ingresso, prima che inizi a lavorare. Documenta la consegna con data e ora.
Se hai già fatto l’errore (il dipendente ha già ripreso): Non c’è una soluzione perfetta. Puoi tentare il licenziamento immediato e prepararti a difendere la posizione sostenendo che l’inerzia non è stata “prolungata” (magari sono passati solo 2 giorni). Valuta se una risoluzione consensuale sia più conveniente del rischio di contenzioso.
Il caso pratico che non ti aspetti: il comporto scade il venerdì
Scenario frequente: il comporto scade il venerdì. Il consulente del lavoro non risponde nel weekend. Il lunedì il dipendente si presenta in azienda e riprende a lavorare. Martedì arriva il consulente e prepara la lettera. Mercoledì viene spedita.
Secondo la Cassazione, questo scenario è a rischio serio di rinuncia tacita. Tre giorni lavorativi di presenza effettiva del dipendente dopo la scadenza del comporto è un periodo che diversi Tribunali hanno già considerato sufficiente a configurare l’inerzia.
La soluzione: il datore deve avere la lettera pronta PRIMA della scadenza del comporto. Non dopo. Il consulente deve essere coinvolto con settimane di anticipo, non con urgenza il venerdì pomeriggio.
Il collegamento con il dipendente disabile: ancora più urgente
Se il lavoratore il cui comporto è scaduto è anche disabile (o se le assenze erano collegate a una disabilità), la situazione si complica ulteriormente. Le sentenze Cass. 4623 e 8211/2026 impongono la valutazione degli accomodamenti ragionevoli prima di qualsiasi licenziamento per comporto di un lavoratore disabile.
In questo caso la procedura corretta è:
- Valuta gli accomodamenti ragionevoli
- Documenta la valutazione
- Se non esistono accomodamenti praticabili: intimia il licenziamento prima del rientro del lavoratore
Per i dettagli su questa procedura
Domande frequenti
Il dipendente ha superato il comporto ma mi ha detto per telefono che tornerà lunedì. Posso aspettare fino a lunedì per dargli la lettera? No — manda la raccomandata oggi, prima del suo rientro. Se aspetti lunedì e lui arriva prima della lettera, rischi la rinuncia tacita dal momento in cui mette piede in azienda.
Ho fatto lavorare il dipendente per 2 giorni dopo la scadenza del comporto. Posso ancora licenziarlo? Sei in zona di rischio ma non necessariamente compromesso. Dipende da come il Tribunale valuta “prolungata inerzia”. Due giorni potrebbero essere sufficienti o meno a seconda del contesto. Agisci immediatamente — ogni giorno in più peggiora la posizione.
Fonti: Cass. ord. n. 7969 e n. 7975 del 31 marzo 2026, art. 2110 c.c. (comporto). Ultimo aggiornamento: maggio 2026.